Troppo spesso dimentichiamo quanto le grandi figure siano fondamentali e quanto profondamente abbiano segnato la storia della cultura e delle professioni. A volte occorre fermarsi, tornare a guardare le opere e riflettere sulle idee che le hanno generate.
Vittorio Gregotti appartiene senza dubbio a queste figure. La sua esperienza attraversa alcuni dei passaggi fondamentali della cultura architettonica italiana della seconda metà del Novecento: la professione, la teoria, l’insegnamento, la critica, l’editoria e il dibattito civile.
La call for papers promossa dal CASVA Milano negli scorsi mesi ha offerto un’importante occasione di riflessione, invitando a interrogarsi sull’eredità e sull’attualità del pensiero di Gregotti e sul ruolo dell’architetto nel dibattito contemporaneo.
Gregotti e l’idea dell’architetto-intellettuale
Gregotti ha interpretato l’architettura come una disciplina capace di tenere insieme progetto, cultura e responsabilità. La sua figura di architetto-intellettuale si è costruita attraverso esperienze diverse e complementari: dalla progettazione alla ricerca teorica, dall’insegnamento alla direzione editoriale, fino alla partecipazione al dibattito pubblico.
È proprio questa dimensione complessa a rendere ancora attuale la sua esperienza. Gregotti apparteneva a una generazione per la quale progettare significava assumersi una responsabilità nei confronti della città e della società. L’architetto non era semplicemente colui che produceva edifici, ma una figura capace di leggere il contesto, interpretarlo e trasformarlo attraverso un progetto consapevole.
Questa impostazione assume oggi un significato particolare. In un tempo nel quale l’architettura rischia spesso di essere ridotta a immagine, superficie o risposta immediata alle esigenze del mercato, il pensiero di Gregotti richiama l’attenzione sulla necessità di costruire una relazione profonda tra progetto, luogo, città e comunità.
L’attualità della sua lezione non consiste quindi nella riproposizione di un linguaggio formale, ma nella possibilità di recuperare un’idea più ampia e responsabile del mestiere dell’architetto.
Via Palmanova: un libro aperto nella periferia di Milano
Tra le opere che consentono di leggere concretamente questo rapporto tra teoria e progetto vi è il complesso residenziale di via Palmanova, realizzato a partire dal 1963 da Vittorio Gregotti con i suoi storici collaboratori.
Inserito nel contesto frammentario della periferia orientale di Milano, il complesso rifiuta la tradizionale logica dell’edificio in linea e propone un organismo unitario composto da tre corpi connessi, capaci di costruire una nuova misura urbana senza ricorrere alla monumentalità o all’isolamento.
La qualità del progetto emerge dall’integrazione tra impianto distributivo, organizzazione tipologica e ricerca figurativa. La pianta quadrata pone il soggiorno al centro della vita domestica, mentre il trattamento dei prospetti, affidato al dialogo tra logge, balconi, superfici modulari e volumi tecnici, conferisce all’insieme una precisa identità plastica.
Nulla appare casuale. La composizione, le proporzioni, i materiali, le superfici e il rapporto tra luce e ombra partecipano alla costruzione dell’architettura. Anche gli elementi tecnici e distributivi concorrono alla definizione dell’immagine complessiva.
È un’architettura che non ha bisogno di gridare per affermare la propria presenza.
Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti più interessanti dell’eredità di Gregotti: la capacità di trasformare un programma abitativo ordinario in un’occasione di costruzione della città.
A oltre sessant’anni dalla sua realizzazione, via Palmanova può essere considerata quasi un libro aperto: un’opera nella quale è possibile leggere il modo in cui un progetto può introdurre ordine, riconoscibilità e qualità urbana all’interno di un contesto periferico. Un’architettura che vale ancora oggi la pena di osservare e, soprattutto, di saper leggere.
Cosa può insegnarci oggi Gregotti
È forse proprio da qui che occorre partire per interrogarsi sull’attualità di Gregotti. Non chiedersi se sia possibile riproporre la sua architettura, ma se siamo ancora capaci di porci alcune delle domande che stavano alla base del suo lavoro.
Qual è la responsabilità dell’architetto nei confronti della città? Come si costruisce qualità urbana attraverso l’ordinario? Quanto può incidere il progetto sulla vita collettiva? E come può una grande struttura professionale mantenere insieme qualità del progetto, ricerca, cultura e responsabilità civile?
Sono domande che non appartengono a una stagione conclusa dell’architettura. Al contrario, sembrano acquistare oggi una nuova urgenza.
La lezione di Gregotti non sta quindi soltanto nelle sue opere, ma nel modo in cui ha interpretato il mestiere dell’architetto: come pratica concreta e, nello stesso tempo, come esercizio intellettuale e responsabilità civile.
È questo il valore della riflessione proposta dal CASVA: non una celebrazione, ma un confronto. Un’occasione per tornare a guardare le opere di Gregotti, rileggerne i principi e verificare quanto siano ancora capaci di parlare al presente.
L’“eredità”, in questo senso, non coincide con un repertorio di opere da conservare né con un linguaggio da riproporre. È piuttosto ciò che rimane vivo di un modo di pensare e di intendere la professione. È la capacità di porre domande che continuano a essere necessarie.
Forse è proprio questo il lascito più significativo di Gregotti: aver ricordato che l’architettura non può esaurirsi nella costruzione di un edificio, ma deve misurarsi con la città, con il tempo e con la responsabilità di chi progetta.
Il convegno “Eredità e attualità: il pensiero di Vittorio Gregotti nel dibattito contemporaneo”, in programma il 19 e 20 marzo 2027 presso il CASVA di Milano, sarà quindi un’occasione per tornare a discutere non soltanto della sua opera, ma delle questioni che essa continua a porre.
Una riflessione necessaria, perché comprendere l’eredità di un grande architetto significa anche capire quali domande siamo ancora disposti a porci sul futuro della nostra città e della nostra professione.
